Quanti superlativi assoluti adornano e guarniscono il lessico degli adolescenti, generando un eloquio spesso infarcito di prefissi e suffissi capaci di sbilanciare e marcare la conversazione. “Stra”, “mega”, “ultra”, “giga”, “super”, “issimo”… La lingua italiana offre numerose coloriture per mettere l’accento ed enfatizzare gusti, stati d’animo, idee, tendenze. Tra le ultime pittoresche espressioni in cui mi sono imbattuta, compare il sorprendente prefisso “turbo” ad anticipare aggettivi altrimenti evidentemente troppo scialbi; ho trovato la soluzione “turbo strana”, ma in effetti piuttosto simpatica. Ecco, io sono, o sono diventata, una da avverbi come “piuttosto” e “tendenzialmente”. A voler esagerare mi può scappare un “decisamente”, quando proprio mi voglio sbilanciare. Chi osa più assumere posizioni forti, estreme, addirittura radicali?
Sicuramente l’adolescenza è l’epoca dei vissuti intensi, dei forti entusiasmi e delle drastiche disillusioni, del sentire penetrante e delle visioni intransigenti. Capovolgimenti di fronti, posizioni opposte e poco sfumate si alternano, escludendo l’eventualità della compresenza. Le esperienze sono “super ultra belle” oppure “stra mega brutte”, difficilmente lo sono solo “un pò”, “in parte”, “a tratti”, “sufficientemente”. Un gergo ancor più folcloristico se si pensa che affermazioni tanto assolute verranno presto ribaltate nel loro opposto e che idee apparentemente inamovibili verranno scalzate da baluardi alternativi. Forse proprio per cercare una tregua da tanta incertezza e confusione, ci si ancora ad espressioni e posizioni appassionatamente dichiarate: solidi appigli esterni che compensano il senso di deriva interna.
Recentemente ho fatto un sogno. Uno di quei sogni che precedono e sono interrotti dal suono della sveglia, che rimangono addosso e si lasciano ripensare mentre si prova a prendere contatto con la giornata che attende. E’ un sogno in cui torno ad essere ragazza, in un’epoca indeterminata (appunto) tra il liceo e università. Sorvoliamo sullo strano senso dell’umorismo dell’inconscio che catapulta nella gioventù e delinea momentanee illusioni, destinate a frantumarsi con le prime luci dell’alba. Nel sogno mi trovo circondata da persone che hanno popolato i miei anni giovanili, con cui ho condiviso rumorosi sbandamenti, alla ricerca di possibili risposte di fronte a domande non chiaramente formulate. Ad un certo punto mi ritrovo inquieta e preoccupata all’idea di dover scrivere un tema che i miei compagni hanno già svolto in precedenza, mentre io, da assente, devo recuperare (continuiamo a stendere un velo sull’ironia non così sottile dell’inconscio). La traccia prevede una riflessione sul cambiamento, sui momenti evolutivi di passaggio: “Quanto vi sentite cambiati in questo ultimo anno?”. Moti di indignazione e di rigetto animano me e i miei compagni, costretti ad azzardare un bilancio, ad assumere uno sguardo prospettico su un tempo che non sentiamo alle nostre spalle ma ancora in divenire. Nel sogno stiamo incespicando lungo il cammino, non abbiamo risposte, né una mente per formularle. “Ma che domanda è?”, ci chiediamo. Ad un tratto mi tocco la fronte ed Eureka! Cerco subito dei fogli per appuntare l’illuminazione che mi ha folgorato: “Un po’ sì e un po’ no”, scrivo. Alcune parti di me sono evolute, come plastilina si sono ammorbidite e hanno cambiato forma; altre assomigliano più a tessuto cicatriziale, destinato a rimanere duro, fermo, poco malleabile.
La mattina dopo, tra un sorso di caffè e uno sguardo all’orologio, ripenso al fatto che forse è proprio questo il cambiamento che è avvenuto: arrivare a potersi dire “un po’ sì e un po’ no”. Concedersi di sostare in questa oscillazione tra opposti, senza doversi per forza ancorare ad un polo per evitare la vertigine dell’ondeggiamento. Concepire più strade percorribili, più risposte abbozzabili, più sguardi possibili. Ascoltare il discorso dell’altro e trovarvi pezzi di verità, seppur distanti dai propri. Ascoltare il coro di voci interne, tollerando stonature e stridori. Rinunciare ad una sterile coerenza a favore di un vivace patchwork in cui è tessuta la complessità delle cose.
Un pluralismo difficile da sostenere in adolescenza, età già di suo colma di spinte ambivalenti, movimenti contrastanti, moti bidirezionali. L’idea stessa di “diventare grandi” suscita da un lato eccitazione, orgoglio, esaltazione e dall’altro smarrimento, timore, inadeguatezza; rimanda a conquiste ed acquisizioni ma anche a perdite e abbandoni. Quindi diventare grandi è “stra bello” o “stra brutto”? Un’indecisione che può generare ansia, a volte eccessiva ed intollerabile. Meglio scegliere uno dei due estremi, afferrarlo con forza e sostenerlo con veemenza. È il conforto del punto fermo in un’epoca di continue fluttuazioni. La radice che ancora, anche solo per un attimo, e fa sentire meno insicuri e sballottati.
Nel mio lavoro in comunità terapeutica c’è un momento, il venerdì mattina, che chiamiamo “La Condivisione”. Ci si trova in gruppo, si propone un tema e si lasciano scorrere le idee. Si intrecciano racconti, opinioni, riflessioni, esperienze. Posizioni differenti si incontrano, si toccano, a volte si scontrano. Vengono posate e depositate al centro del gruppo e compongono un insieme di possibilità spesso leggere e fluttuanti, non sempre armoniche, quasi mai ordinate e sistematiche. Potremmo dire che è un momento “stra poco definito”. Qualcuno a volte si lamenta di questa nebulosità, del gironzolare attorno ai temi senza mai giungere a nette conclusioni, di troppe domande a risposta multipla dalle variegate opzioni da accogliere. A conclusione di questo momento spesso ci capita di recitare un motto che ci distoglie dall’atmosfera rarefatta e sognante della Condivisione e ci transita verso una dimensione più terrena. “IL FUTURO E’ LA PIZZA!” esclamiamo, invocando la certezza di trovare, come ogni venerdì a pranzo, un piatto fumoso e fragrante che saturerà, se non le nostre menti inquiete, almeno i nostri stomaci affamati. Un “principio organizzatore” al profumo di pomodoro, attorno a cui ritrovarci e ci ricompattarci. Ecco il conforto del faro al termine di una navigazione senza rotta, di un peregrinare tra isole di verità separate da tratti di mare incerto.